il BOTTIGLIERE Riflessioni

Bottiglie da sogno: lista parziale e irraggiungibile

di Fabio Rizzari 29 mar 2017 4

Alcune etichette storiche che (quasi) ogni appassionato vorrebbe provare una volta nella vita.

Un sospetto fastidioso si fa strada nella mia mente. Come lo Schopenhauer di Allen (“La denominò ‘volontà’, ma il suo medico la diagnosticò come febbre da fieno. Negli ultimi anni egli fu profondamente amareggiato da ciò, o più verosimilmente per il suo crescente sospetto di non essere Mozart”), ho il crescente sospetto di non essere immortale.

Ciò significa che forse, o meglio molto probabilmente, non arriverò a bere le bottiglie che vorrei bere e ancora non ho bevuto. Bottiglie che desidererei non per gretto calcolo da accumulatore seriale di stappature da esibizione, o per ossessivo culto dell’harem, o per distinguermi in un consesso di enosnob.
No. Bottiglie che desidererei per semplice, normalissima curiosità di bevitore.  

Ecco la lista, che purtroppo è piuttosto cristallizzata. Non riesco a barrarne da anni nemmeno una casella. Ma la speranza, residuale, rimane.

1) Romanée Conti 1921

“La” bottiglia di leggenda. “Trasparenza inverosimile del colore. Aroma che rapisce, senza dubbio il più straordinario bouquet di Pinot Noir che abbia mai sentito, capace di prolungare all’infinito le sue sfumature di rosa appassita. Vino aereo, che scivola in bocca e la fodera letteralmente. L’essenza stessa della Romanée. Una bottiglia sublime, assolutamente indimenticabile”. Così un palato “minore” come Michel Bettane. Ho come l’impressione che non arriverò a berne nemmeno una stilla. Ahimé.

2)  Barolo Cerequio Marengo Marenda 1971

Qualche anno fa scrissi che consideravo il Cerequio Marengo Marenda 1989 forse il più sublime Barolo mai bevuto. Di Barolo non ne ho bevuti a carrettate, ma nemmeno poche decine. A febbraio del 2016 mi ha inviato un messaggio molto cordiale Federico Ferrero, ricordandomi come i Barolo di suo padre Marco, per molto tempo autore dei vini presso Marengo e Marenda, fossero forse addirittura più espressivi nelle vendemmie precedenti. Poi qualche collega mi ha descritto estasiato questo 1971 (se ben ricordo il millesimo), e da allora ne fantastico i profumi e i sapori. 

3) Romanée Conti 1945

L’altra bottiglia di leggenda. "Il mio ricordo dell'ultima e forse unica bottiglia di Romanée Conti 1945, assaggiata dieci anni fa, è quello di uno dei più grandi vini di sempre. Esprime perfettamente tutto ciò che rende la Romanée Conti unica tre le vigne del domaine: forza ma anche grazia e calma, sicurezza di sé e una misteriosa armonia che affascina e fa sognare" (Aubert de Villaine). “Questo vino non finisce mai in bocca (…) Uno dei più grandi Borgogna mai fatti” (Geoffrey Troy).
Prezzi stellari, oltre 50.000 euro a boccia. Centinaia di falsi in giro per il mondo, acquistati da gonzi (spesso, come bieco pregiudizio: americani o asiatici) che non distinguono un vino da un lampione stradale e che comprano perfino bottiglie con l’etichetta “Firenzée Conti”.
Anche qui per un assaggio sia pure micrometrico non c’è e non ci sarà trippa pe’ gatti, temo.

4) Château Mouton Rothschild 1945

Uno dei pochi Bordeaux che mi fa salivare nella sola, remota ipotesi di berlo. Mi è sfuggito per un soffio in un paio di occasioni, molti anni fa, quando ancora il mercato dei vini d’epoca non era stato aggredito da ricconi più o meno incompetenti. In più, nota nostalgica, a una cena da Marco Bolasco era il vino che con Stefano Bonilli ci eravamo ripromessi di stappare per i suoi 70 anni. Li avrebbe compiuti nel febbraio del 2015, se n’è andato l’estate prima. 

5) Château Margaux 1900

Cifra tonda. Ma non è da pensare che sia un cadavere costosissimo. Per puro caso, una sera da Pinchiorri i vicini di tavolo ci offrirono un mezzo bicchiere di Mouton Rothschild 1900, e mia moglie commentò senza mezzi termini: “È cimiteriale, sa di fiori marci”. Giorgio Pinchiorri annotò: “Sì, una bottiglia molto stanca. Certo però che Margaux 1900, soprattutto in magnum, è un'altra cosa. È un vino meraviglioso, sembra svinato due anni fa. Davvero impressionante”.

6) Clos de Lambrays 1947

Borgogna a sua volta circondato da un alone mitologico, prodotto dall’altrettanto mitologica Madame Cosson. Pare che profumi di tutti i profumi possibili e abbia un sapore impensabilmente persistente. Il vecchio compagno d’armi Gianni Fabrizio ne aveva almeno una, e comunque di sicuro se l'è bevuto in una o più occasioni. Che lo possino.

7) Corton Charlemagne Coche Dury 1989

Ho avuto la fortuna non commensurabile di bere il 1986 di questo bianco pieno di delizie. Parlandone con l’ombroso produttore, eoni fa, egli fece un vago accenno alle virtù del 1989, “un vin complet”. Se le maravigliose bottiglie delle decadi successive sono quello che sono, non oso immaginare le altezze raggiunte da questa bottiglia.

Per oggi basta elenchi, per la frustrazione mi girano i coglioni a una velocità crescente man mano che scrivo. Continuerò forse in uno dei prossimi post.

Questi sono sogni condivisi. Poi ci sono le bottiglie sconosciute e magari più buone. Come quel sublime Carema imbottigliato dal nonno di una mia amica: senza etichetta, annata irreperibile (ma pre-decade Sessanta), gusto celestiale. Quanti ce ne saranno di vini così?


Postilla e dialogo filosofico

Non ho paura delle liste e nemmanco delle classifiche. A differenza di esperti irritati o peggio angosciati da ogni anche pallido accenno alle differenze qualitative – cioè in buona sostanza alle gerarchie – tra vino e vino, penso da decenni che esistano bottiglie buone, meno buone, pessime, esiziali. Non soltanto in senso assoluto, il che è ovvio, ma anche nei loro rapporti reciproci: né più né meno.
Ne parlavo con un amico radicale – in senso bevitorio – poche sere fa.
Con l’occasione ho provato ad aprire un varco nelle sue convinzioni incrollabili. Ne è nato un scambio serrato, che trascrivo qui in forma pretenziosamente simil-socratica.  

Amico - Come fai a dare voti a un vino? Non vedi come è svilente? È come cronometrare un poeta, è una prestazione, una merce, non un valore.

Bloggarolo - Bell’immagine. Ma, più terra terra, quando compri – per dire – l’olio, ti regoli ritenendo che ne esistano di buona, media, cattiva qualità? Di prima, seconda, terza scelta?

 - Beh, certo, è ovvio.

 - E quando compri il pane? E la birra? valgono criteri diversi?

 - Direi di no.

 - E quando compri, o bevi, o mangi una qualsiasi sostanza potabile o edibile, valgono criteri diversi?

 - (cominciando a seccarsi) No.

 - E dunque, in cosa càspita* sarebbe diverso il vino, da non tollerare accostamenti, paragoni, valutazioni di qualità comparata; quindi gerarchie, quindi classifiche?

 - C’è differenza! Il vino è materia viva, declinato in migliaia di territori, culture, stili, tradizioni diverse. Non puoi valutare con la stessa scala di merito un Barbaresco a uno Chinon, un Grechetto a uno Chablis, un Cabernet californiano a un rosso di Bolgheri. Sono prodotti non comparabili. È una semplificazione inaccettabile e uno svilimento del lavoro dei vignaioli veri.

 - Concordo. E chi l’ha detto che fare una classifica enologica significhi fare inevitabilmente una classifica tra vini non comparabili?

 - Per me anche all’interno di categorie omogenee di vini stilare una lista di merito non è rispettoso e insisto, è una semplificazione di comodo.

 - D’accordo, rispetto il tuo punto di vista. Ma stringendo, se tu fossi un esperto di olio e dovessi aiutarmi a comprare una bottiglia di ottima qualità, davanti a uno scaffale con alcune etichette a me sconosciute, non mi diresti istintivamente – vale a dire senza tante sovrastrutture intellettualistiche – “questa no, è un troiaio colorato con la clorofilla; anche questa no, è un mix di dubbio livello, queste altre due ni, sono olii ben fatti ma senza carattere; compra questa, è un olio poco noto ma profumato e saporito”?

 - (a denti piuttosto stretti) Sì, ma…

 Ok, fermiamoci al sì ma. Per me è già un mezzo successo.

 * eufemismo

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vinogodi
30 marzo 2017 16:26 ... alcune di queste ho avuto la fortuna (che fortuna si tratta) di berle , anche in più occasioni. Posso rincuorare dicendo che c'è di meglio , nel mondo del vino o , perlomeno , alcune bevute le ho preferite a la maggior parte dei citati ... PS: solo con una concordo in pieno : Latour 1900 ... ah , ho letto male? Era Margaux? Allora non sono d'accordo neppure su questa...
vocativo
30 marzo 2017 17:12 Riflettevo tra me e me e sono pervenuto a una conclusione (provvisoria). Per acquistare un Romanée del '45 mi ci vorrebbe circa un lustro di lavoro (già al netto di qualche spesa accessoria, per esempio sfamarmi con pane e bacche selvatiche raccolte personalmente), senza peraltro considerare altri costi accessori, che non elenco. Prendendo seriamente in considerazione una vita eremitica in qualche bosco del nord Italia (ma anche centro o sud: non fa poi differenza), ai confini di un centro abitato, potrei riuscire a mettere da parte qualcosa. Solo a questo punto del ragionamento ho scoperto che da eremita nei boschi non potrò guadagnare e che, forse, quel giorno i '45 saranno terminati (o sterminati, poco importa). Pertanto niente Romanée del '45. PS: Anche "coglioni" era un eufemismo? :)
Baser
1 aprile 2017 07:43 Mi dispiace, Fabio. In casa non ne ho nemmeno una, delle bottiglie segnalate. E se ce l'avessi avuta, sarebbe stata tappata.
lafillossera
1 aprile 2017 18:49 Cerequio 1971 mai provato. E' in cantina e verrà aperto prima o poi, sperando nel dio sughero... Ad ogni modo, anche la versione 1990 non era male. https://lafillossera.com/2017/03/31/pezzi-da-90-parte-i/