il BOTTIGLIERE Degustazioni

Borgogna e Roagna: una cuccagna

di Fabio Rizzari 21 feb 2017 1

Resoconto di una serata che ha messo a confronto una ventina di grandi bottiglie langarole e borgognone.

Alfredo e Luca Roagna

Alfredo e Luca Roagna

Il fil rouge che ha unito i compositi protagonisti della bella serata di assaggi di sabato scorso non sta tanto nel modello dei vini, diverso nonostante alcune evidenti parentele stilistiche, quanto una più umile particella fonetica: il gruppo –gna. Senza che fosse frutto di una scelta premeditata, si sono trovati nello stesso luogo lo scenografico ristorante La Veranda dell’hotel Columbus di Roma, a due metri da San Pietro – gli organizzatori della serata Alessandro Vaudagna, amateur e collezionista di bottiglie pregiate, Luca Roagna, giovane e già famoso produttore langhetto, e un numero considerevole di grandi Borgogna rossi.

Peccato che il terzo promotore dell’incontro, il magister Giancarlo Marino, profondo conoscitore dei vini della Côte d’Or, non abbia modificato appositamente all’anagrafe il suo cognome che so, in Marigna, per una forma di coerenza logistica. Potremmo aggiungerci, indirettamente, il nome dell’importatore di uno dei cru più celebri presenti nella selezione, Sagna, e rimarcare che l’evento è stato una vera cuccagna per i partecipanti, ma meglio fermarsi qui e passare alle note di degustazione.

Con una premessa di carattere generale. Accostare un grande Barbaresco a un grande Musigny è un esercizio culturale e sensoriale stimolante, ma privo di coerenza. Consapevolmente privo di coerenza, rimarco: Luca, Alessandro e Giancarlo lo avevano del tutto chiaro. Non si è voluto quindi paragonare due – e più – filosofie produttive, né tantomeno stabilire improbabili gerarchie tra rossi che appartengono a tradizioni differenti. Si è piuttosto tentato di gettare una luce sui trait d’union, le similitudini, le analogie strutturali, prima ancora che aromatiche e gustative, tra rappresentanti delle due rinomate regioni.

Nelle mie sensazioni, e con i limiti di una generalizzazione, le analogie si sono confermate nell’impianto architettonico dei vini, che privilegia lo slancio verticale e la snellezza al peso monumentale e alla staticità, e soprattutto nella dinamica al palato: attacchi precisi, nitidi, e una progressione modulata, via via più profonda e incalzante verso il finale. L’opposto cioè del percorso goffo dei vini iper estratti (attacco flaccido, centro bocca immobile e senza forma, debole corsa gustativa frenata dalla massa tannica).

Diverse invece, nella media, le sensazioni generate dal centro bocca – più fruttate e dolci nei Borgogna, più “sui secondari”, come dice Luca, nei Roagna – e in particolare dai tannini: impalpabili nei borgognoni, profondi, fitti e tridimensionali nei rossi langaroli. 
Ça suffit, direi. Passiamo agli appunti. Solo degli schizzi sintetici, eh: nessuno sbrodolamento di sessanta righe/vino.

Barolo Pira 2009
Puro, leggero, floreale, bellissima naturalezza aromatica, palato in linea, tannini puntiformi, finale delicatamente alcolico: un soffio.

Vosne Romanée 1er Cru Les Beaux Monts 2013 Clavelier
Molto boisé, nitido comunque; bella polpa, dolcezza di frutto, finale legato dal rovere, lato fegatoso ferroso che dà complessità.

Barbaresco Pajé Vecchie Viti 2010
Fenolico, contratto, aspirinoso, sulle sue; pungente, tannico, molto lungo; con l'aria vira verso l'agrume; spettacolare finale a coda di pavone, come diceva il vecchio Veronelli; vino bellissimo ma dai lineamenti deformati al momento, da attendere.

Ruchottes Chambertin Grand Cru 2010 Mugneret-Gibourg
Netto, floreale, straordinariamente elegante e armonioso; al palato soffice e rilevato al tempo stesso, tannini quintessenziali, frutto dolce e maturo, finale che ricorda Shalimar (leggendario profumo di Guerlain, che per inciso ha a che fare con la Borgogna eccome, essendo stato il nonno di madame de Nicolay del domaine Chandon de Briailles).

Barbaresco Asili 2010
Ridotto, embrionale, ancora in via di formazione all’olfatto; potentissimo e insieme finissimo nei tannini, compatto, articolato, vivo, molto persistente.

Ruchottes Chambertin Grand Cru 2010 Pacalet
Davvero entusiasmante aromaticamente, cristallino nel frutto; palato affilato, teso, cede in polpa fruttata e delicatezza di tocco al Ruchottes Mugneret Gibourg.

Barbaresco Montefico 2009
Molto più aperto ed espressivo dei 2010, oggi scorbutici; bello, arioso, agrumato, magnifico nel tessuto tannico, sottile e infiltrante nella chiusura.

Griotte Chambertin Grand Cru 2009 Fourrier
Caffè e agrumi, molto caffè e molti agrumi, netta nota secondaria di acciuga; bocca dal frutto molto maturo, sfumatura confit, più largo e pacioso che reattivo, comunque ottimo.

Barbaresco Crichët Pajé 2007
Fenomenale, tellurico, tannini di finezza e fittezza uniche, persistenza eterna: un capolavoro.

Clos Saint Denis Grand Cru Dujac 2001
Potente, molto cupo, note di iodosan da ossidazione incipiente: ci sta lasciando, soprattutto al naso; ma in bocca ha ancora grinta e scatto e un finale dai tannini un po’ polverosi.

Barbaresco Crichët Pajé 2005
Appena velato, ciprioso; liquirizia, tannini abbondanti e di grana sottile, un po' reticente, raffinata sfumatura di arancia sanguinella, grandissimo potenziale solo in parte espresso.

Musigny Grand Cru 2002 De Vogüé
Scurissimo nel colore, potente, tannico, ombroso, quasi più langarolo del primo nell’assetto gustativo, percorso da una trama tannica compatta e un po’ squadrata. Bottiglia non molto felice, probabilmente. Così com'è,  not my cup of wine, come direbbe un velletrano.

Barbaresco Crichët Pajé 2006
Poderoso, energico, tannini fittissimi e sabbiosi, magnifica pienezza, particolarmente salino in chiusura, che è “instradata verso l’eternità” (C.E. Gadda).

Romanée Saint Vivant 2005 Grand Cru Domaine de la Romanée Conti
Colore molto intenso, profumi di spezie d'oriente (nessuna spezia d'occidente percepita), frutto tenuemente confit; tannini ricamati, più ampio e morbido che reattivo, con l'aria emerge una tenue sfumatura di agrumi e nel finale acquista ritmo e slancio.

Barbaresco Crichët Pajé 1988
Freschissimo, direi giovanile, con tannini di rara finezza, un po' unidimensionale a centro bocca ma buonissimo, da bere a litrate.

Clos Vougeot Vieilles Vignes Château de La Tour 2002
Profumi meno stordenti di come mi ricordavo (per me era ed è uno dei più sublimi Borgogna mai bevuti, grazie al magistrale Armando Castagno che me l’ha fatto bere la prima volta) ma comunque limpidi; una nuvola di finezza tannica al palato, agile, vibrante, dal tatto serico.

E tanto per gradire, un finale fuori programma:

Pommard Les Rugiens 1er Cru 1990 de Montille
Evoluto, duretto, bella freschezza al palato comunque.

Chambertin Clos de Bèze Grand Cru 2008 Prieuré Roch
Gioco aromatico tra vegetalità, volatile alta e note di vinile; intenso, bella dinamica, succoso, lungo.

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fabio g. vitali
21 febbraio 2017 09:50 Bravo, chapeau! (pure una citazione da Gadda)