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Bettane e le opinioni controcorrente

di Fabio Rizzari 24 feb 2017 0

Un nuovo post del noto critico francese conferma, se mai ce ne fosse bisogno, l’importanza di leggere le realtà senza filtri convenzionali.

Michel Bettane

Michel Bettane

È caratteristico del bevitore medio e più in generale dell’homo (poco) sapiens seguire la corrente delle opinioni consolidate. Una forma di pigrizia mentale al quale pochi sfuggono; personalmente, essendo pigro di natura, non ne sono certo immune. Provo comunque a lottare contro un’idea preformata e di modellarne una mia, per quanto faticoso possa risultare il processo.

Di tanto in tanto, come Ciàula e luna, scopro con sgomento che l’opinione nutrita per anni su un determinato soggetto vinoso è del tutto infondata, la verità brillando in modo del tutto inatteso.

In questo sono aiutato – siamo aiutati tutti noi appassionati di vino – da menti che possiedono una capacità di lettura e una conoscenza socio/antropo/musico/idraulico/geolo/mineralo/cartomanto/storica non comuni.

Michel Bettane, che al di là di alcuni angoli ciechi o miopi (la sottovalutazione di Henri Jayer, per dirne uno), è un’aquila asburgica nell’analisi del complesso mondo vinicolo gallico, ci aiuta oggi a smontare un altro luogo comune. Nel recente post Qui à fait la Bourgogne, les bourgeois ou les paysans? conduce una serrata disamina storica per disarticolare il tenace stereotipo della Borgogna come terra di “contadini veri” contrapposta dai più ad aree produttive condotte con metodi para-industriali e quindi asservite solo alla logica del bieco profitto.

La Borgogna, è la tesi di Bettane, è una terra di grandi vigne e di grandi vini resa tale da altre categorie sociali: dal clero, in primis, e più avanti dalla ricca borghesia (“avvocati, medici, universitari”) e da diverse famiglie aristocratiche. A chi mastica un po’ di francese (comunque c’è sempre google traduttore che fa capire qualcosa, al netto delle deformazioni comiche generate dai suoi algoritmi) consiglio caldamente la lettura dell’intero testo, che non si limita a ripercorrere la storia passata della Borgogna ma tratteggia anche una velata ipotesi per il suo futuro.*

E dunque ancora una volta sembra utile, anzi necessario vedere le cose da angolazioni meno affollate. Annoto di passaggio quanto questo sia terreno scivolosissimo per un critico alla ricerca della nuda e disadorna verità più che del consenso dei lettori. Se si vuole consenso basta inneggiare acriticamente alle nostre glorie nazionali: Brunello, Barolo, Chianti Classico, Amarone, Prosecco, Franciacorta e compagnia cantante; e scrivere lodi sperticate ai nomi famosi tra produttori, enologi, inventori di catene alimentari di lusso, organizzatori di manifestazioni oceaniche.

Più difficile, perché attira pericolosamente l’attenzione degli haters e degli antipatizzanti in genere, sollevare dubbi critici su mostri sacri e non. Generico? Non circostanziato? Vero. Allora, a mo’ di schizzi provocatori buttati nella mischia a caso, affermo per esempio che a Montalcino diverse aree e non pochi vini non mi sembrano all’altezza della loro fama planetaria; che, come si diceva ieri con l’acuto collega Giampaolo Gravina, i Rosso di Montalcino ci risultano spesso più seducenti dei rispettivi fratelli maggiori; che nel Chianti Classico le recenti scelte strategiche sollevano più di una perplessità; che eccetera eccetera.
Sono solo tesi abbozzate, non strutturate, giusto per capire l’ampiezza del tema. Ne riparleremo.

* tradotto alla bell’e meglio: “Da una decina d’anni, sotto l'influenza del considerevole aumento dei prezzi dei terreni, si assiste alla divisione, a ogni successione familiare, di un patrimonio contadino già di suo molto frammentato, e alla ricostituzione progressiva dei grandi domaine, replica della storia dei secoli precedenti. Dovremmo preoccuparcene e temere una perdita di autenticità nei vini? Il futuro ce lo dirà. I domaine dei contadini intelligenti, quelli che fanno del buon vino e sanno come tramandarlo, grazie a leggi più favorevoli di quanto non si dica, perdureranno. Al prezzo di indebitarsi un’intera vita, naturalmente, come per le generazioni precedenti. I nuovi acquirenti, se sapranno unire all’abbondanza di risorse economiche l’intelligenza del prodotto, saranno costretti a fare vini altrettanto buoni rispetto ai loro concorrenti e, forse, sapranno darsi i mezzi per fare ancora meglio.”

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