il BOTTIGLIERE Riflessioni

Atto di fede

di Fabio Rizzari 08 mar 2019 3

Ulteriori riflessioni sul post della scorsa settimana.

Dopo il post della scorsa settimana intitolato Il bersaglio, un produttore mi ha inviato un messaggio molto gentile ma altrettanto deciso, chiedendomi di spiegargli il senso di alcune mie affermazioni. Il tono generale era un misto di cordialità e di formale richiamo: un po’ come quando una nazione consulta un ambasciatore per avere chiarimenti su una faccenda diplomatica spinosa. Mi ha chiesto delucidazioni in privato, gliele fornisco senza problemi anche in pubblico.

La domanda centrale, tra le varie, riguardava le mie convinzioni verso la difesa del terroir, quindi “della nostra cultura e della nostra identità”. Mi ha chiesto, in sostanza, una professione di credo. Allora ecco:

Credo

Credo in un solo vino,
artigianale e non industriale,
figlio del cielo e della terra,
e di tutti gli autoctoni visibili e invisibili

Uva da uva,
grappolo intero da grappolo intero,
vinificato, non addittivato,
della stessa sostanza dell’acino:
per mezzo di lui tutti i vini sono stati creati

Credo nel Terroir,
che è Signore è dà la vita,
e procede dal vigneto e dalla cantina (senza chimica)

Professo una sola bevuta,
per il perdono della degustazione  

Aspetto la sparizione dei rotofermentatori
e la vita dei lieviti non selezionati che verrà
Amen


Non dovrei scherzare? Forse. Ma ho sempre affrontato le questioni serie senza seriosità. E se devo fare una professione di fede autentica, la faccio insistendo sul punto centrale del mio lavoro critico.

Mi impegno da alcuni decenni a smontare luoghi comuni, a mettere in guardia sulle parole d’ordine, a diffidare delle convinzioni granitiche. Ho idee precise sulle differenza tra un vino vero e uno costruito; tra il lavoro serio di un vignaiolo e quello mercantile di un imprenditore che prende scorciatoie dubbie; tra l’opera preziosa di un collega che studia i territori del vino e la fuffa vuota di molti cosiddetti “influencer”. Ho idee precise e parteggio, perché non sono un osservatore neutro. Sono per il vino vero, per il vino artigianale, per lo studio (non per l’adorazione) del territorio. Mi pare di averlo scritto e riscritto in alcune centinaia di sedi.

Allo stesso modo, e credo senza contraddizione alcuna, rivendico con forza l’importanza, direi l’imprescindibilità di un approccio critico e laico, che non si faccia irretire da alcuna certezza assoluta e che non costringa a prostrarsi davanti ad alcun totem.

Sposo insomma la bellissima analisi di Bertrand Russell:

“La massima di La Rochefoucauld ‘importa poco ciò in cui si crede, a condizione che vi si creda del tutto’ ha un suo fascino indubbio. Ci rintraccio tuttavia i germi potenziali dell’assolutismo e del fanatismo. Per me la frase funziona meglio così: ‘importa poco ciò in cui si crede, a condizione che non vi si creda del tutto’ ”.  

È proprio così. Perciò, per quanto mi riguarda, importa poco ciò in cui si crede. A condizione che non vi si creda del tutto.

COMMENTI (3) AGGIUNGI UN COMMENTO



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oreste
8 marzo 2019 12:24 30 min di applausi.
Francesco Brenna
8 marzo 2019 21:26 Bellissimo. Sintetico, chiaro, ficcante.
Leonardo Finch
11 marzo 2019 12:14 Fra l'altro, prima di gettarsi in una difesa a spada tratta del terroir, bisognerebbe almeno mettersi d'accordo su cosa significhi terroir. No, lo dico perchè quando (in)sorgono le discussioni sulla questione terroir vien fuori di tutto e di più: spesso un accumulo successivo di posizioni fideistiche che spesso si appiattiscono su termini tipo "sapidità", "acidità" e "mineralità"... concetti che raramente 20 anni fa si sentivano abbinare alla definizione di terroir (che sarà pure un totem, ma mi sembra che sia un totem con le gambe perchè tende ad andarsene in giro per conto suo).