il BOTTIGLIERE Riflessioni

Andare sul classico

di Fabio Rizzari 31 ago 2018 2

Dare per scontate certe etichette costituisce un errore.

Una delle peculiari attitudini dell’appassionato di vini è di cercare a tutti i costi le novità. In un atteggiamento che può rasentare l’ansia dello scopritore di terre incognite, una sorta di Magellano “sempre in attesa della nuova bottiglia, e della nuova successiva; non parendogli quella precedente bastevole della sua piena attenzione”.

Sono stato in Ossezia, ho bevuto un bianco a base di tamjanika buonissimo. Aveva un’acidità talmente elettrica che avrei potuto all’occorrenza ricaricarci il cellulare immergendolo nel bicchiere”.

Succede anche a me. Sfogliando una carta dei vini cerco quasi sempre di pescare qualcosa di sconosciuto. La cosiddetta chicca: il bianco ligure prodotto da tre vignaioli in tutto; il rosso della denominazione ormai in disarmo; la bottiglia superstite di un lotto di Spanna del '67.

E le etichette classiche? Quelle si intendono già assodate. Perché tornarci sopra?

Ma così sbaglio. Uno dei tanti errori. “Sbagliando s’impara”, anche nel vino. Nel mio caso, sbagliando si sbaglia e basta.

Per dire, da anni trascuravo i Fiano classici di Luigi Maffini: il Kratos e il Pietraincatenata.

Arrivato nel Cilento per trascorrere qualche giorno di sereni sbagli vinosi, ho deciso di rompere la tradizione e di fare la cosa giusta: ordinare la nuova annata di Kratos.

Ottima scelta. Il 2017 ha tutto per piacere a un’ampia gradazione di palati, dai neofiti agli incontentabili scassacoglioni. Colore pieno e invitante, percorso dai riflessi scintillanti. Profumi a sbuffi iodati ritmici, una delicata nebulizzazione di mare utile anche agli asmatici. Sapore polposo e insieme puntuto, nell’alternanza magro/grasso/magro che ci si attende da un bianco di razza. Finale sui tipici sentori di agrumi assortiti (dai quali mi sento di escludere solo l’analogia con il kumquat o mandarino cinese).

Buonissimo, in effetti. Stava quasi bene pure con una meravigliosa sfogliatella riccia*.
Andare sul classico spesso conviene.

*ho scritto quasi, eh. La sfogliatella era talmente straordinaria che qualsiasi liquido avrebbe fatto una bella figura, pure un frullato di gerani.

A questo proposito, una digressione di passaggio. Sulla scia dell’entusiasmo ho scritto su Facebook: Se fossi a Lercio titolerei così: “Vaticano, avviato l’iter di beatificazione per l’inventore della sfogliatella riccia”.

Un amico ha commentato trascrivendo la salivante ricetta settecentesca trovata nelle carte di una suora e citata da Alfonso Celotto nel suo evocativo racconto “Riccia o liscia, la vera storia della sfogliatella”:

“Prendi il fiore e mettilo sopra il tagliero nella quantità di rotolo mezzo. Mettici un pocorillo d’insogna e faticalo come un facchino.
Doppo stendi la tela che n’è riuscita e fanne come se fosse una bella pettola.
In mezzo alla pettola mettici un quarto d’insogna ancora, e spiega a scialle, 4 volte d’estate, 6 volte d’inverno.
Tagliane tanti pezzi, passaci il laganaturo e dentro mettici crema e cioccolata o se più ti piace ricotta di Castellammare. Se ci metti un odore di vaniglia oppure acqua di fiori e qualche pocorillo di cedro, fa cosa santa.
Fatta la sfogliata, lasciala mezza aperta e mezza ‘nchiusa da una parte e dove là scorre la crema facci sette occhi piangenti con sette amarene o pezzulli di percocata. Manda tutto al forno, fa cuocere lento, mangia caldo e alléccate le dita.”

COMMENTI (2) AGGIUNGI UN COMMENTO



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amadio ruggeri
31 agosto 2018 10:52 Ciao Fabio, solo per segnalarti un piccolo errore; il produttore si chiama Luigi, non Mauro. Per il resto, come non essere d'accordo con te? Maffini non sbaglia un colpo, il suo Kratos è sempre straordinario. Grazie di averlo ricordato. Oggi passo in enoteca così me lo godo nel weekend.
Redazione Piattoforte
1 settembre 2018 09:33 Nome corretto, grazie della segnalazione. La redazione di Piattoforte