il BOTTIGLIERE Riflessioni

Restare con i piedi (franchi) per terra

di Fabio Rizzari 10 ott 2018 0

Rari, difficili da trovare, i vini da viti non innestate sembrano avere una marcia in più.

Da un piede franco e da una mano vera non può che nascere un vino sincero. È più che un gioco di parole: è un’evidenza, che ritrovo bevendo vini ai quattro, ai cinque angoli del pianeta. Negli ultimi tempi questa verità, che per me è un dato dal rilievo statisticamente significativo, sta assumendo i contorni di una piacevole persecuzione.

Vado nel locale di un conoscente, gli chiedo un vino nuovo a sua scelta, mi porta un rosso scintillante e mi dice: “Buono, eh? lo fa Pinco dalle parti di Pallo, le vigne sono su piede franco”.

Partecipo a una serata dove ognuno porta una bottiglia, il vino migliore risulta quello offerto da Caio, che ci tiene a sottolineare: “L’aspetto interessante è che viene da vigne non sovrainnestate su piede americano”.

E sì che il piede americano ha preso parecchio piede, nel corso del ventesimo secolo. Sebbene diffusissimo, o per meglio dire ubiquo, ho sempre avuto l’impressione gustativa e degustativa che le sue uve sappiamo esprimere – insieme come è ovvio alla miriade di stili di vinificazione e affinamento diversi – un percettibile grado di differenziazione. Che cioè non appiattiscano tutto e dappertutto.

Eppure, eccoci qui. Tocca ammettere che gli sparuti rappresentanti del mondo che fu, prima dell’arrivo dell’orrida fillossera, hanno una marcia in più. In termini di finezza aromatica e tannica, di profondità, di complessità. La scorsa settimana riportavo questi paragrafi da un libro uscito recentemente in Francia:

(Nei vini da vigne su piede franco) i profumi hanno più intensità. Non sono più gli aromi di frutta – dominanti da vigne innestate e condannati a degradarsi come un frutto che marcisce – a imporsi, ma si esprimono quelli floreali, di fiori appassiti quando il vino raggiunge la sua maturità. I vini hanno una consistenza più soffice, una viscosità più sottile, una vivacità più marcata, meno alcol, che si fonde con tannini più fini. Sono vini più puri, sapidi, e offrono una luminosa mineralità.”

Domenica, l’ennesima conferma. L'esperto e suggeritore ufficiale di vini portoghesi, Enrico Pignone, apre un rosso del 2001, Arenae, “della denominazione Colares, l’area vinicola più occidentale del continente europeo, entro il parco naturale di Sintra-Cascais”.

Rosso granato, esitante sulle prime all’olfatto, poi sempre più chiaro, su un assetto aromatico a metà strada tra un Nebbiolo terziario e un Carignano ferroso, con un sapore sapido, deciso, ma molto misurato, e soprattutto sottilissimo nei tannini.
Le uve, della per me ignota varietà ramisco, sono da viti – indovina un po’ – su piede franco.

A questo punto non mi azzardo di sicuro – non essendo un agronomo né un ampelografo – a suggerire scriteriatamente un ritorno generalizzato alle viti non innestate: nella mia ignoranza intuisco che per la grande maggioranza delle zone viticole si tratta di un’utopia irrealizzabile. Posso però caldeggiarne lo studio e – ove le condizioni pedoclimatiche lo consentano – il ritorno.

Un po’ come succede con il vinile, abbandonato in favore del supporto digitale, e oggi riconosciuto come messaggero di suoni più naturali, più profondi, più “affettuosi”. Nonostante la sua crescente riscoperta, è e rimarrà una piccola nicchia. Ma una nicchia cui bisogna portare grande rispetto.

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