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Tra bici dei cicloamatori e bici dei campioni, con il vino del sommo Fausto Coppi

di Fabio Rizzari 24 nov 2017 0

Vigne Marina Coppi propone al mercato un nuovo bianco dedicato alla figura del leggendario corridore italiano.

Ho ripreso ad andare in bici da un paio d’anni, dopo un intervallo acilistico di quasi un quarto di secolo. A vent’anni avevo una Bianchi rossa e per minimizzare il dislivello che portava da casa al centro della Capitale avevo elaborato un complesso itinerario che passava dentro Villa Borghese e riduceva la fatica del 3% almeno.

Oggi supero i saliscendi romani grazie al motore elettrico della mia ebike, che pesa 22 chili ma mi permette di arrivare in cima alle salite più impervie senza troppo fiatone. L’unico fastidio è incrociare di quando in quando dei ciclisti “veri” che ironizzano sui mezzi a pedalata assistita. Essi ignorano che la fatica è solo in parte inferiore al mezzo classico, e che la loro perculatio sarebbe degna di miglior causa.

Io d’altronde sul piano atletico mi difendo e negli ultimi anni ho addirittura vinto delle corse quali la Bastogne-Liegi-Bastogne, o anche la San Remo-Milano: correndo in senso opposto non ho quasi mai rivali.

Parlavo di questo una settimana fa con Francesco Bellocchio, vignaiolo piemontese della zona dei Colli Tortonesi. Che ha commentato: “La bici di mio nonno pesava undici chili, qualche mese fa ci sono salito fin su in paese, ma nonostante l’assistenza delle marce lo sforzo rispetto alle bici attuali è stato notevole”.

Il nonno in questione non era proprio un cicloamatore qualunque: Francesco è infatti il nipote di Fausto Coppi, forse il più grande atleta della storia del ciclismo mondiale. Il Mozart dei pedali, il Raffaello dei velocipedi. “Purtroppo all’epoca nella mia famiglia, come d’altronde in quelle degli altri ciclisti, non c’era l’idea di conservare oggetti ricordo quali bici, cappelli, guanti, scarpe, magliette”, ricorda con un velo di malinconia Francesco. “La bici che ho potuto usare, una Bianchi, è di proprietà di un museo, non ne abbiamo più di nostra proprietà”.

Facendo un po’ di proporzioni, chissà quanto doveva essere difficile scalare una montagna con quelle bici, e quanto fosse ai limiti del concepibile per ciclisti di tempi ancora più remoti: un Binda, un Learco Guerra, che andavano su intrepidi spostando un pezzo de cancello, come dicono a Roma.    

Molto meno impegnativo è stato assaggiare le nuove annate di Francesco, la cui azienda si chiama Vigne Marina Coppi (che è poi sua madre). Nella prima edizione di Vini da scoprire Armando, Giampaolo e io segnalammo con convinzione il sapido e armonico Timorasso Fausto. Stavolta, sia pure a volo di uccello, ho potuto provare anche le ultime annate di alcuni altri vini aziendali. Ecco le annotazioni relative ai bianchi (pure stavolta ricostruite a memoria, ultimamente non uso taccuini quando assaggio):

Francesca 2016
Ultimo nato nella gamma aziendale, dedicato alla figlia di Francesco, da uve timorasso se ben ricordo. Brillante nel colore, ancora non formato sul piano aromatico ma di passo spedito al palato; un peso medio che sembra verosimilmente destinato a una felice evoluzione in bottiglia.

Marine 2014
Bianco a base di favorita, dedicato alle due Marina di famiglia (nonna e nipote): più scattante e reattivo del primo vino, innervato da una salinità mai eccessiva e dal delicato timbro fruttato nella nitida chiusura.

Fausto 2014
Timorasso molto coerente sul piano stilistico con l’annata 2013 che avevamo assaggiato per il libro: ovviamente meno ampio e pieno, più teso e verticale, tuttavia mai in debito di equilibrio. Anche lui promettente, fra un paio d’anni darà probabilmente il meglio di sé.

Gran Fostò 2012
Prima annata di un esperimento ambizioso, creare un bianco di caratura internazionale dedicato all’augusto antenato: “Gran Fostò” (sic) è la trascrizione di come da decenni chiamano Coppi in terra francese. E quindi uve timorasso molto selezionate, fermentazione in legno piccolo, bâtonnage, pochissime magnum (350 circa). Di un buon colore giallo dorato, non marcato da note banalmente boisé, anzi piuttosto agile e arioso, deve ancora assestare le diverse componenti aromatiche e gustative, ma già oggi si muove con grazia e slancio.  

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